L’attività fisica nel post-trapianto

A cura della Dott.ssa Laura Stefani, Dirigente Medico, Unità Operativa di Medicina dello Sport e dell’Esercizio, Azienda Ospedaliero-Universitaria Careggi, Firenze.

Il trapianto di organo solido, in particolare di rene e fegato, rappresenta un intervento di chirurgia maggiore considerato a tutti gli effetti una terapia risolutiva per la malattia renale ed epatica in stadio avanzato. Il soggetto trapiantato mostra una condizione di “fragilità” in senso sia muscolo- scheletrico che cardiovascolare oltre che psicosociale. Tale aspetto, molto importante per la qualità della vita del soggetto trapiantato e per la ricaduta socio-economica a questo collegata,  è attribuibile  in prima analisi al prolungato sedentarismo e/o inattività fisica ed inoltre all’accumulo di fattori di rischio intermedi come ipertensione arteriosa, diabete mellito ed obesità. I soggetti trapiantati infatti mostrano, rispetto alla popolazione generale, un elevato rischio di sviluppo di malattie metaboliche ed una maggiore mortalità cardiovascolare e globale.

Non va dimenticato che anche i farmaci immunosoppressori assunti, benché da considerare salva-vita, possono essi stessi favorire una potenziale riduzione della funzione cardiaca contribuendo, almeno in parte, alla ridotta tolleranza allo sforzo.

Emerge pertanto la necessità di portare il soggetto trapiantato ad un sano e corretto stile di vita, atto ad abbattere il rischio cardiovascolare e a mantenere il più a lungo possibile funzionante l’organo trapiantato. Con questo si intende, in termini più specificamente medico-sportivi, sia il raggiungimento di un livello di “Attività Motoria Spontanea” adeguato, sia la strutturazione  di  un livello di “Attività Fisica Individualizzata”. Quest’ultimo livello viene contestualizzato come “Prescrizione Esercizio Fisico” (PEF).

Proprio per questo motivo, sono stati recentemente attuati programmi di attività fisica individualizzata, definita in termini di intensità, durata e frequenza ed aventi fini terapeutici.

Si è pertanto abbandonato il concetto che l’attività fisica potesse essere controindicata nel post-trapianto. Si è invece evidenziato come i maggiori benefici possano essere ottenuti dall’attività fisica di tipo misto (aerobica, contro-resistenza e di flessibilità) in modalità sia supervisionata che non supervisionata, da personale adeguatamente formato.

L’attività aerobica viene realizzata nella maggior parte dei casi come “camminata a passo svelto”, ad una frequenza cardiaca definita sul soggetto, oppure “camminata tecnica” (“nordic walking”) oppure come corsa lenta. L’attività fisica in contro-resistenza comprende invece attività di rinforzo muscolare con esercizi strutturati che coinvolgano almeno 8 gruppi muscolari in sequenza ed eseguiti anche con piccoli pesi aggiuntivi. La combinazione di queste due tipologie di attività fisica produce il massimo dei risultati sotto il profilo della performance fisica e metabolica.

Il percorso PEF rappresenta pertanto la base del ricondizionamento dello stile di vita con effetto terapeutico: un determinante non-sanitario della Salute dell’individuo oltre che una modalità per creare per ogni paziente il programma più idoneo alle proprie capacità funzionali.

I professionisti sanitari (Medici Specialisti in Medicina dello Sport e Nutrizionisti) e non-sanitari (Laureati in Scienze e tecniche dell’Attività motoria preventiva e adattata) devono essere coinvolti nella valutazione delle capacità fisiche e dello stile di vita del paziente per poter attuare il PEF, impostato come carico di lavoro giornaliero e settimanale.

 

Bibliografia

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